Sartoria Latorre
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Sartoria Latorre

La protagonista del mese: Anna Palmisano

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Abbiamo incontrato Anna e le abbiamo rivolto qualche domanda sulla sua esperienza a Sartoria Latorre. 

 

Da quanto tempo lavori con Latorre?

Lavoro dal settembre del 1980 a Sartoria Latorre. Avevo 14 anni, ero una bambina quando sono entrata nella grande bottega del signor Michele Latorre. Non sapevo fare nulla, quindi all’inizio imparai a fare piccole cuciture. Ma oggi sono in grado di realizzare una giacca per intero.

 

Cosa vuol dire lavorare da Latorre?

Mi sono resa conto fin da subito che era un’azienda che richiedeva impegno e responsabilità. Per realizzare un un capo fatto bene serve tanta passione e precisione. Ecco perché fin dall’inizio ho dato il massimo per ottenere buoni risultati.

 

E li hai ottenuti?

Se sono ancora qui, dopo 39 anni, qualcosa di buono l’avrò fatto (ride).

 

Di cosa ti occupi in particolare?

In catena ognuno di noi ha un piccolo pezzo da costruire: io mi trovo quasi alla fine della catena, mi arriva il capo completo e mi occupo delle rifiniture finali, ovvero la ribattitura che dona al capo quel tocco sartoriale che tanto piace. Blocco la fodera, chiudo la manica ed il capo è pronto per il passaggio seguente. Dopo di me il capo passa altre tre fasi.

Al giorno ribatto circa 160/170 giacche.

 

Negli anni è cambiato qualcosa?

Ci sono varie lavorazioni che con il tempo sono cambiate perché sono cambiati i modelli e le linee dei capi.

Nel frattempo l’azienda stessa è cambiata, siamo cresciuti, ma la qualità dei capi che realizziamo resta il nostro obiettivo principale e lavorare con tessuti di pregio come il cashmere, la seta e il lino è sempre un piacere.

Insomma è cambiato tutto e non è cambiato nulla, adesso non resta che insegnare ai giovani il nostro mestiere.

 

Ricordo del cuore?

Ho tanti ricordi belli con le colleghe e soprattutto ricordi indimenticabili legati alla signora Vittoria, moglie di Michele Latorre. Non scorderò mai le focacce che preparava per noi nei giorni in cui c’erano da fare gli straordinari. Era quasi un piacere restare un’ora/due ore in più in azienda per raggiungere gli obiettivi della giornata. Era ed è una grande famiglia a cui sono molto orgogliosa di appartenere.